Approdata da pochi anni in Appennino, come tanti altri che negli ultimi tempi hanno intrapreso l’esodo contrario, dalla città alla montagna, ho subito intravisto nella bellezza dei luoghi e della natura grandi possibilità. Ma ahimè anche tutte le problematicità del vivere e lavorare in questi territori, avendone a cuore la sostenibilità e la cura. Conosco tante realtà virtuose qua e là sparse, che faticano ad andare avanti, nonostante l’impegno e gli sforzi. Realtà singole che avrebbero bisogno di connettersi e fare rete, anche per tentare di contare di più e farsi riconoscere per il valore aggiunto che contribuiscono a creare. Il bio distretto potrebbe avere anche questo come obiettivo, oltre a quello di diffondere la cultura del biologico per la salute nostra e dell’intero pianeta. Come titolare di una piccolissima azienda agricola di officinali, che ha voluto specializzarsi in una coltivazione di nicchia, quella dello zafferano, lo “Zafferano Bolognese della Val di Venola”, e che per la sua particolarità e bellezza suscita curiosità e interesse da parte di molti, non vedo però all’orizzonte alcuna possibilità di sviluppo ulteriore della mia attività, in direzione ad esempio dell’ospitalità rurale. Sostegno economico è previsto solo per agriturismi e fattorie didattiche. E la partecipazione ai bandi è in partenza già molto onerosa. Con il risultato che la piccola azienda, quella più bisognosa, che non può contare su ampi spazi e grandi risorse, non ci si prova neppure. Per non parlare di burocrazia e regole amministrative che soffocano la volontà di chiunque. A tal riguardo penso che il bio distretto dovrebbe avere anche un ruolo di semplificatore e agevolatore.
Roberta Ricci

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